Le ultime dall'Opera
Sono notizie di casa dell'Opera Madonnina del Grappa. Per noi è importante potervi comunicare sempre gli ultimi avvenimenti che riguardano la vita della nostra Famiglia Spirituale in questo tempo: è questo il respiro che fa di noi "un solo corpo". Quanto più ciascuno di noi entra nel cuore di questo mistero tanto più diventa forte l'appartenenza alla Famiglia.
Pellegrinaggio in Polonia sulle orme di Giovanni Paolo II
Data inserimento: 01/05/2010 12.46
Abbiamo avuto la possibilità di partecipare al pellegrinaggio in Polonia proposto dall’Opera e in collaborazione con don Przemo.
Dobbiamo riconoscere che è stata una settimana di grazia particolare, vissuta insieme ad un gruppo di persone col desiderio di vivere un’esperienza di fede e di famiglia.
Eravamo in 34, tra sacerdoti, sposi, vedove, oblate ed amici; in pratica erano rappresentati tutti gli stati di vita della nostra famiglia spirituale ed insieme abbiamo respirato e vissuto questo clima famigliare, anche se all’inizio non ci si conosceva tutti.
Abbiamo visitato i luoghi dove ha vissuto Giovanni Paolo II, ma anche quelli che lo hanno visto pellegrino, e tutti meriterebbero dei commenti o dei pensieri un po’ più approfonditi.
Vogliamo ricordare brevemente le tappe significative del nostro pellegrinaggio che è iniziato a Jasna Gora, al Santuario della Madonna Nera, tanto cara a Giovanni Paolo II, dove abbiamo avuto anche l’opportunità di essere presenti all’”Appello”, cioè alla cerimonia serale, durante la quale viene richiuso il quadro della Madonna. La preghiera in polacco non ci ha permesso di capire il significato della ritualità, ma abbiamo vissuto il clima di raccoglimento insieme ai pellegrini presenti ed è stato un momento di grande suggestione.
Nei giorni seguenti abbiamo visitato il Santuario dell’Amore misericordioso, consacrato da Giovanni Paolo II nel 2002, luogo legato a Santa Faustina Kowalska ed abbiamo pregato sulle sue reliquie nel convento adiacente.
Dopo aver visitato la Chiesa di San Floriano, in Cracovia, dove il giovane don Karol ha prestato il suo servizio come vice parroco per due anni, ci siamo recati alla Cattedrale, dove ha celebrato la sua Prima S. Messa.
Una breve tappa al santuario mariano di Kalwaria Zebrzydowska, tenuto dai Francescani che seguono la regola di San Benedetto, dove il piccolo Karol rimasto orfano di madre, viene affidato dal padre alla Madonna, da dove poi nasce la sua grande venerazione e affidamento totale alla Madre Celeste.
Significativa è stata la visita alla sua casa natale a Wadowice e alla Basilica dove da piccolo è stato battezzato.
In ciascuno di questi luoghi abbiamo celebrato la S. Messa, guidata a turno da uno dei sacerdoti del nostro gruppo, che hanno saputo caratterizzare il momento della celebrazione ciascuno con la propria particolarità. Anche loro hanno rappresentato la famiglia “allargata”: un polacco, un filippino, un haitiano, uno spagnolo e due italiani, senza dimenticare i ragazzi rwandesi.
E come non ricordare l’incontro con l’arcivescovo di Cracovia cardinale Dziwisz, segretario di Giovanni Paolo II durante il suo pontificato, che ci ha ricevuto con molta cordialità.
Ha ascoltato da don Francesco la presentazione dell’Opera e del carisma che viviamo, si è informato sullo stato delle vocazioni nelle congregazioni in Italia e ci ha incoraggiati dicendo: “Non abbiate paura di essere in pochi, Gesù ha iniziato solo con dodici apostoli…”.
Prima di lasciare l’Arcivescovado, ci siamo recati per una preghiera nella cappella dove Karol Woitila è stato ordinato sacerdote.
Non poteva mancare la visita ad Auschwitz ed a Birkenau per una preghiera per tutte le vittime della guerra.
Nessun inciampo ha compromesso il programma, anche il tempo è stato clemente, grazie anche a don Przemo, che ha vigilato sempre su tutti noi ed alla nostra brava guida Iwona.
Al nostro rientro ci siamo salutati con l’augurio di ritrovarci ancora per altri momenti da vivere insieme, in clima di famiglia e di preghiera.
Communio Nuptialis
Data inserimento: 01/03/2010 10.32

Il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II e il Centro Studi Padre Enrico Mauri organizzano un Seminario di Studio "Communio Nuptialis - oriente e Occidente in dialogo sull'amore umano e la famiglia". Il programma è visibile nella sezione Archivio (cartella communio nuptialis)e sul sito http://www.istitutogp2.it presso il quale si può anche effettuare l'iscrizione.
Teologi cattolici si alterneranno con teologi della tradizione bizantina, russa e romena, sui tre temi dell'amore umano, del sacramento del matrimonio e della Chiesa domestica.
Seminario su “Riconciliazione, Giustizia e Pace in Africa” dell'Istituto Toniolo e del Fiac
Data inserimento: 22/10/2009 08.37
(di Chiara Santomiero)

L'evento si è tenuto in occasione della II Assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi, per iniziativa dell’Istituto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo” – organismo dell’Azione cattolica italiana – e del Forum internazionale di Azione cattolica (Fiac).
Infatti le dispute e i problemi - che non mancano in nessuna famiglia o comunità - non vanno seppelliti, ma affrontati all’interno del contesto sociale.
“Ogni atto e comportamento deviante dalla legge naturale-tradizionale – ha spiegato Nkafu Nkemnkia a proposito di “Volontà di pace e perdono nel pensiero africano” – contribuisce alla distruzione dell’unità della comunità, dell’armonia nelle relazioni interpersonali e coloro che se ne sono resi colpevoli necessitano di un’operazione di reintegro nella società cioè di un procedimento di riconciliazione”.
Per arrivare alla riconciliazione occorre che l’individuo confessi le proprie colpe alla comunità la quale concede il perdono attraverso un rito – presieduto dagli anziani, resi saggi dalla vicinanza agli antenati - che si conclude con un pasto in un’atmosfera di festa. A volte viene chiesto un risarcimento per il danno arrecato, che varia a seconda delle situazioni e dei paesi. Quando tutto ciò è compiuto, la persona interessata e la comunità devono necessariamente concedere il perdono a coloro che li hanno offesi.
“Senza la comunità – ha sottolineato Nkafu Nkemnkia – l’individuo è privo d’identità, sia di quella spirituale che religiosa e culturale”.

La giustizia gacaca in Rwanda

I tribunali gacaca sono espressione di questa giustizia partecipativa e riconciliatrice.
“Gacaca – ha spiegato mons. Servilien Nzakamwita, vescovo di Byumba e presidente della Commissione episcopale per l’apostolato dei laici del Rwanda – significa ‘prato’. Gli adulti di una comunità vi si siedono per ascoltare le persone in conflitto e stabilire quale sia la verità, attribuendo responsabilità e ragioni”. Il colpevole deve riparare il danno e la parte lesa far valere i propri diritti ma entrambi sono tenuti ad accettare la riconciliazione.
Ad evitare l’errore di pensare che si tratti di un procedimento giudiziario naive, occorre ricordare che il conflitto etnico scoppiato in Rwanda nel 1994 ha provocato un milione di morti, circa 3 milioni di rifugiati oltre un numero non precisato di orfani e mutilati. Alla fine del conflitto c’erano 120 mila persone detenute in carcere per crimini legati al genocidio.
“Nel 1996 – ha raccontato Nzakamwita – fu emanata una legge che istituiva sezioni speciali presso i tribunali penali per l’accertamento e la punizione di questi crimini. Dopo 12 anni, erano state evase 6 mila pratiche su 120 mila. Ci si è accorti che ci sarebbe voluto più di un secolo per giudicare tutti”.
La soluzione fu proprio ricorrere alla giustizia gacaca. “Ogni collina – ha aggiunto il vescovo di Byumba – aveva il suo tribunale con giudici di quella collina per accertare crimini compiuti in quella collina”.
Il compito dei tribunali era per prima cosa riunire le informazioni su quanto avvenuto, ascoltando le vittime. Gli accusati venivano condotti sulle colline e giudicati; una volta accertatane l’innocenza venivano liberati, altrimenti rimandati in carcere con il capo d’imputazione stabilito dalla legge. Si cercava anche di facilitare il processo di ammissione della colpa (per la quale sono previsti benefici di pena) e della richiesta di perdono alle vittime o alle loro famiglie.
“L’obiettivo – ha affermato Nzakamwita – era ridurre la durata dei processi, sradicando la cultura dell’impunità per ricostruire il Paese e dare fiducia ai ruandesi sulla loro capacità di risolvere i propri problemi”.
“La situazione oggi del Rwanda – ha concluso Nzakamwita – dimostra che la riconciliazione è possibile e che ognuno si adopera per questo obiettivo”.
[...]

Nel 1994 è stato istituito ad Arusha, in Tanzania, un tribunale penale internazionale per i crimini legati al genocidio in Rwanda. Sulla scorta anche di questa esperienza si è arrivati, nel 1998, all’approvazione dello statuto di una corte penale internazionale permanente “fondato su un trattato internazionale aperto a una partecipazione tendenzialmente universale”.
Lo statuto è entrato in vigore nel 2002 tra i primi 60 stati che lo hanno ratificato; ad oggi sono 110 gli stati che ne fanno parte e tra questi 30 sono africani. Dei 18 giudici che lo compongono, 4 sono africani e provengono da Mali, Uganda, Ghana e Botswana.

L'impegno della Chiesa in Burundi

“Il genocidio non c'è stato solo in Rwanda e non si è trattato di una fatalità. La Chiesa è famiglia di Dio chiamata a perdonare ma anche a denunciare, perché non ci può essere pace senza giustizia”. Mons. Simon Ntamiwana, arcivescovo di Gitega e presidente dell'Aceac (associazione conferenze episcopali dell'Africa centrale) ha tracciato la mappa delle situazioni vecchie e nuove che continuano a causare le sofferenze del popolo del Burundi e di tutta la Regione dei Grandi laghi.
“I nostri popoli continuano a subire conflitti, miseria, epidemia e l'annientamento dei diritti dell'uomo. Sul nostro territorio si abbattono gli effetti perversi della globalizzazione con il traffico di armi, gli abusi di potere della classe politica che sfruttano le divisioni etniche per arricchirsi, lo sfruttamento delle risorse naturali”.
“Cercare la riconciliazione – ha affermato Ntamiwana che ha rimproverato ai media di non mettersi spesso al servizio della verità – significa andare alla radice di questi mali con la fiducia che il dialogo è sempre possibile e la pace è un impegno di tutti”.
Nella ricostruzione sociale ed economica del Paese, secondo mons. Evariste Ngoyagoye, arcivescovo di Bujumbura e presidente della Commissione episcopale per l'apostolato dei laici del Burundi, “gioca un grande ruolo la Chiesa, non solo cattolica ma anche protestante. Attualmente sono presenti in Africa oltre 200 confessioni religiose, di cui molte nate negli ultimi anni”.
Anche in Burundi è prevista la costituzione di commissioni per la pace e la riconciliazione “perché abbiamo un passato molto pesante con il quale fare i conti. Tutte le diocesi sono impegnate nei sinodi per partecipare tutti insieme alla dinamica della riconciliazione”.
Le priorità d'impegno riguardano le famiglie e i giovani: “molti di essi sono stati strumentalizzati e coinvolti nelle violenze. Oggi tornano alle loro case e non trovano più nulla ad aspettarli”. Per aiutarli a tornare alla vita normale “un grande aiuto è venuto dai Movimenti di Azione cattolica che offrono a tutte le fasce d'età momenti di formazione ed occasioni di incontro nello sport o nelle marce per la pace che permettono, insieme anche ai giovani di Congo e Rwanda, di riscoprire la comune umanità e il comune destino di essere il futuro dell'Africa”.

La scuola di pace dell'Azione cattolica

“L'impegno del Forum internazionale di Azione cattolica nel continente africano – ha affermato Emilio Inzaurraga, coordinatore del Segretariato del Fiac – è continuare a lavorare alla promozione di un laicato maturo capace di assumersi responsabilità significative nella Chiesa e nella società”. Si inserisce in questa attenzione la Scuola di pace realizzata in colaborazione con l'Istituto di diritto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo”.
“Si tratta di un progetto biennale – ha spiegato Francesco Campagna, direttore dell'Istituto – che prevede moduli di formazione ai diritti umani e alla pace per formatori di giovani ed adolescenti, con sessioni in Burundi, in Italia, in Rwanda, nella Repubblica democratica del Congo e ancora in Italia, a partire dall'agosto 2010”.
“Una formazione alla luce della dottrina sociale della Chiesa – ha aggiunto don Salvatore Niciteretse, segretario della Commissione episcopale per l'apostolato dei laici del Burundi e coordinatore del Fiac in Africa – che metta al centro la dignità della persona umana e i suoi diritti inalienabili; una presa di coscienza dell'inutilità politica della guerra e dei costi umani, morali ed economici della violenza armata”.
“Poiché riconosciamo – ha concluso Campagna – il forte bisogno di riconciliazione in Italia e in Europa, crediamo che l'esperienza delle chiese africane possa essere feconda anche per le nostre comunità occidentali”.
Il Papa presenta la figura di san Bernardo di Chiaravalle
Data inserimento: 22/10/2009 08.21

Cari fratelli e sorelle,
oggi vorrei parlare su san Bernardo di Chiaravalle, chiamato "l’ultimo dei Padri" della Chiesa, perché nel XII secolo, ancora una volta, rinnovò e rese presente la grande teologia dei Padri. Non conosciamo in dettaglio gli anni della sua fanciullezza; sappiamo comunque che egli nacque nel 1090 a Fontaines in Francia, in una famiglia numerosa e discretamente agiata. Giovanetto, si prodigò nello studio delle cosiddette arti liberali – specialmente della grammatica, della retorica e della dialettica – presso la scuola dei Canonici della chiesa di Saint-Vorles, a Châtillon-sur-Seine e maturò lentamente la decisione di entrare nella vita religiosa. Intorno ai vent’anni entrò a Cîteaux, una fondazione monastica nuova, più agile rispetto agli antichi e venerabili monasteri di allora e, al tempo stesso, più rigorosa nella pratica dei consigli evangelici. Qualche anno più tardi, nel 1115, Bernardo venne inviato da santo Stefano Harding, terzo Abate di Cîteaux, a fondare il monastero di Chiaravalle (Clairvaux). Qui il giovane Abate, aveva solo venticinque anni, poté affinare la propria concezione della vita monastica, e impegnarsi nel tradurla in pratica. Guardando alla disciplina di altri monasteri, Bernardo richiamò con decisione la necessità di una vita sobria e misurata, nella mensa come negli indumenti e negli edifici monastici, raccomandando il sostentamento e la cura dei poveri. Intanto la comunità di Chiaravalle diventava sempre più numerosa, e moltiplicava le sue fondazioni.

In quegli stessi anni, prima del 1130, Bernardo avviò una vasta corrispondenza con molte persone, sia importanti che di modeste condizioni sociali. Alle tante Lettere di questo periodo bisogna aggiungere numerosi Sermoni, come anche Sentenze e Trattati. Sempre a questo tempo risale la grande amicizia di Bernardo con Guglielmo, Abate di Saint-Thierry, e con Guglielmo di Champeaux, figure tra le più importanti del XII secolo. Dal 1130 in poi, iniziò a occuparsi di non pochi e gravi questioni della Santa Sede e della Chiesa. Per tale motivo dovette sempre più spesso uscire dal suo monastero, e talvolta fuori dalla Francia. Fondò anche alcuni monasteri femminili, e fu protagonista di un vivace epistolario con Pietro il Venerabile, Abate di Cluny, sul quale ho parlato mercoledì scorso. Diresse soprattutto i suoi scritti polemici contro Abelardo, un grande pensatore che ha iniziato un nuovo modo di fare teologia, introducendo soprattutto il metodo dialettico-filosofico nella costruzione del pensiero teologico. Un altro fronte contro il quale Bernardo ha lottato è stata l’eresia dei Catari, che disprezzavano la materia e il corpo umano, disprezzando, di conseguenza, il Creatore. Egli, invece, si sentì in dovere di prendere le difese degli ebrei, condannando i sempre più diffusi rigurgiti di antisemitismo. Per quest’ultimo aspetto della sua azione apostolica, alcune decine di anni più tardi, Ephraim, rabbino di Bonn, indirizzò a Bernardo un vibrante omaggio. In quel medesimo periodo il santo Abate scrisse le sue opere più famose, come i celeberrimi Sermoni sul Cantico dei Cantici. Negli ultimi anni della sua vita – la sua morte sopravvenne nel 1153 – Bernardo dovette limitare i viaggi, senza peraltro interromperli del tutto. Ne approfittò per rivedere definitivamente il complesso delle Lettere, dei Sermoni e dei Trattati. Merita di essere menzionato un libro abbastanza particolare, che egli terminò proprio in questo periodo, nel 1145, quando un suo allievo, Bernardo Pignatelli, fu eletto Papa col nome di Eugenio III. In questa circostanza, Bernardo, in qualità di Padre spirituale, scrisse a questo suo figlio spirituale il testo De Consideratione, che contiene insegnamenti per poter essere un buon Papa. In questo libro, che rimane una lettura conveniente per i Papi di tutti i tempi, Bernardo non indica soltanto come fare bene il Papa, ma esprime anche una profonda visione del mistero della Chiesa e del mistero di Cristo, che si risolve, alla fine, nella contemplazione del mistero di Dio trino e uno: "Dovrebbe proseguire ancora la ricerca di questo Dio, che non è ancora abbastanza cercato", scrive il santo Abate "ma forse si può cercare meglio e trovare più facilmente con la preghiera che con la discussione. Mettiamo allora qui termine al libro, ma non alla ricerca" (XIV, 32: PL 182, 808), all’essere in cammino verso Dio.

Vorrei ora soffermarmi solo su due aspetti centrali della ricca dottrina di Bernardo: essi riguardano Gesù Cristo e Maria santissima, sua Madre. La sua sollecitudine per l’intima e vitale partecipazione del cristiano all’amore di Dio in Gesù Cristo non porta orientamenti nuovi nello statuto scientifico della teologia. Ma, in maniera più che mai decisa, l’Abate di Clairvaux configura il teologo al contemplativo e al mistico. Solo Gesù – insiste Bernardo dinanzi ai complessi ragionamenti dialettici del suo tempo – solo Gesù è "miele alla bocca, cantico all’orecchio, giubilo nel cuore (mel in ore, in aure melos, in corde iubilum)". Viene proprio da qui il titolo, a lui attribuito dalla tradizione, di Doctor mellifluus: la sua lode di Gesù Cristo, infatti, "scorre come il miele". Nelle estenuanti battaglie tra nominalisti e realisti – due correnti filosofiche dell’epoca - l’Abate di Chiaravalle non si stanca di ripetere che uno solo è il nome che conta, quello di Gesù Nazareno. "Arido è ogni cibo dell’anima", confessa, "se non è irrorato con questo olio; insipido, se non è condito con questo sale. Quello che scrivi non ha sapore per me, se non vi avrò letto Gesù". E conclude: "Quando discuti o parli, nulla ha sapore per me, se non vi avrò sentito risuonare il nome di Gesù" (Sermones in Cantica Canticorum XV, 6: PL 183,847). Per Bernardo, infatti, la vera conoscenza di Dio consiste nell’esperienza personale, profonda di Gesù Cristo e del suo amore. E questo, cari fratelli e sorelle, vale per ogni cristiano: la fede è anzitutto incontro personale, intimo con Gesù, è fare esperienza della sua vicinanza, della sua amicizia, del suo amore, e solo così si impara a conoscerlo sempre di più, ad amarlo e seguirlo sempre più. Che questo possa avvenire per ciascuno di noi!

In un altro celebre Sermone nella domenica fra l’ottava dell’Assunzione, il santo Abate descrive in termini appassionati l’intima partecipazione di Maria al sacrificio redentore del Figlio. "O santa Madre, - egli esclama - veramente una spada ha trapassato la tua anima!... A tal punto la violenza del dolore ha trapassato la tua anima, che a ragione noi ti possiamo chiamare più che martire, perché in te la partecipazione alla passione del Figlio superò di molto nell’intensità le sofferenze fisiche del martirio" (14: PL 183,437-438). Bernardo non ha dubbi: "per Mariam ad Iesum", attraverso Maria siamo condotti a Gesù. Egli attesta con chiarezza la subordinazione di Maria a Gesù, secondo i fondamenti della mariologia tradizionale. Ma il corpo del Sermone documenta anche il posto privilegiato della Vergine nell’economia della salvezza, a seguito della particolarissima partecipazione della Madre (compassio) al sacrificio del Figlio. Non per nulla, un secolo e mezzo dopo la morte di Bernardo, Dante Alighieri, nell’ultimo canto della Divina Commedia, metterà sulle labbra del "Dottore mellifluo" la sublime preghiera a Maria: "Vergine Madre, figlia del tuo Figlio,/umile ed alta più che creatura,/termine fisso d’eterno consiglio, …" (Paradiso 33, vv. 1ss.).

Queste riflessioni, caratteristiche di un innamorato di Gesù e di Maria come san Bernardo, provocano ancor oggi in maniera salutare non solo i teologi, ma tutti i credenti. A volte si pretende di risolvere le questioni fondamentali su Dio, sull’uomo e sul mondo con le sole forze della ragione. San Bernardo, invece, solidamente fondato sulla Bibbia e sui Padri della Chiesa, ci ricorda che senza una profonda fede in Dio, alimentata dalla preghiera e dalla contemplazione, da un intimo rapporto con il Signore, le nostre riflessioni sui misteri divini rischiano di diventare un vano esercizio intellettuale, e perdono la loro credibilità. La teologia rinvia alla "scienza dei santi", alla loro intuizione dei misteri del Dio vivente, alla loro sapienza, dono dello Spirito Santo, che diventano punto di riferimento del pensiero teologico. Insieme a Bernardo di Chiaravalle, anche noi dobbiamo riconoscere che l’uomo cerca meglio e trova più facilmente Dio "con la preghiera che con la discussione". Alla fine, la figura più vera del teologo e di ogni evangelizzatore rimane quella dell’apostolo Giovanni, che ha poggiato il suo capo sul cuore del Maestro.

Vorrei concludere queste riflessioni su san Bernardo con le invocazioni a Maria, che leggiamo in una sua bella omelia. "Nei pericoli, nelle angustie, nelle incertezze, - egli dice - pensa a Maria, invoca Maria. Ella non si parta mai dal tuo labbro, non si parta mai dal tuo cuore; e perché tu abbia ad ottenere l'aiuto della sua preghiera, non dimenticare mai l'esempio della sua vita. Se tu la segui, non puoi deviare; se tu la preghi, non puoi disperare; se tu pensi a lei, non puoi sbagliare. Se ella ti sorregge, non cadi; se ella ti protegge, non hai da temere; se ella ti guida, non ti stanchi; se ella ti è propizia, giungerai alla meta..." (Hom. II super «Missus est», 17: PL 183, 70-71).